Infortunio sul lavoro, la responsabilità di “posizione” del legale rappresentante


La responsabilità “di posizione” del legale rappresentante, in qualità di datore di lavoro alle cui dipendenze lavori l’infortunato, può discendere dall’assenza di deleghe di funzione in materia di valutazione dei rischi e dalla sua assenza in sede al momento dell’infortunio, il che rende ancora più evidente la sua condotta omissiva, avendo il medesimo consentito che il dipendente operi in condizioni di assoluta mancanza dei più elementari presidi in materia di sicurezza (Corte di Cassazione, sentenza 08 ottobre 2019, n. 41217)


Una Corte di appello territoriale aveva confermato la sentenza del Tribunale di prime cure e, in particolare, il giudizio di responsabilità nei confronti del legale rappresentante di una società, esercente l’attività di carpenteria-saldature in ferro, per il reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche, in danno di un proprio dipendente, che veniva colpito alla testa, rimaneva schiacciato e quindi decedeva, a causa del crollo di una gru a bandiera, presso la sede operativa della società in parola. La Corte territoriale aveva ravvisato la sussistenza del comportamento colposo e del nesso causale a carico del legale rappresentante, oltre che dei soci e dei legali rappresentati della diversa società che ne aveva eseguito il montaggio, per aver messo a disposizione dei propri dipendenti un macchinario intrinsecamente pericoloso, perché non adeguatamente ancorato al suolo e destinato al crollo durante gli esercizi di carico, senza la verifica di prima istallazione, cioè del collaudo prescritto dalla normativa in materia di sicurezza. Altresì, il medesimo era responsabile per aver omesso di valutare i rischi derivanti dalla installazione della gru e per non aver formato adeguatamente il dipendente in relazione al rischio specifico e, in particolare, all’utilizzo di una gru priva dei necessari collaudi di prima installazione.
Avverso tale sentenza propone così ricorso in Cassazione il legale rappresentante, lamentando nella sentenza impugnata un travisamento dei fatti in ordine alla prova che il medesimo avesse messo in esercizio ed a disposizione del dipendente la gru non collaudata; il dipendente, infatti, l’aveva utilizzata a sua insaputa e senza averne il permesso.
Per la Suprema Corte il ricorso è inammissibile. Il motivo addotto, nella parte in cui mette in discussione la ricostruzione dei fatti con riferimento alla mancanza di collaudo e alla messa in opera, svolge essenzialmente generiche censure in fatto, smentite dalla dinamica dell’infortunio cosi come ricostruita dai giudici di merito, sulla base degli accertamenti dei consulenti tecnici di parte, l’esame dei testi, delle dichiarazioni dei coimputati e della documentazione acquisita. Il motivo esula pertanto dal novero delle censure deducibili in sede di legittimità, investendo profili di valutazione della prova e di ricostruzione dell’evento, riservati alla cognizione del giudice di merito, le cui determinazioni sono insindacabili in Cassazione ove sorrette da motivazione congrua, esauriente ed idonea a dar conto dell’iter logico-giuridico seguito dal giudicante e delle ragioni del decisum. In tema di sindacato del vizio di motivazione, infatti, il compito del giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito in ordine all’affidabilità delle fonti di prova, bensì di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.
Nel caso di specie, la Corte territoriale ha preso in esame tutte le deduzioni difensive ed è pervenuta alle sue conclusioni attraverso un itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile, facendo discendere la responsabilità “di posizione” del legale rappresentante, in qualità di datore di lavoro alle cui dipendenze lavorava l’infortunato. In particolare, non era risultato che l’imputato avesse delegato alcuna funzione in materia di valutazione dei rischi e la sua mancata presenza in cantiere al momento dell’infortunio, lungi dall’escluderne la responsabilità, rendeva ancora più evidente la sua condotta omissiva, avendo egli consentito che un suo dipendente operasse in condizioni di assoluta mancanza dei più elementari presidi in materia di sicurezza.