Accertamento tributario e debenza dei contributi: irrilevante la definizione della lite fiscale


In ordine alla valenza probatoria degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate rispetto al diritto dell’Inps di riscuotere i relativi contributi a percentuale dovuti alla Gestione commercianti sull’imponibile accertato, l’eventuale definizione concordata di una lite fiscale non implica il venir meno del valore probatorio dell’atto di accertamento, che può essere però resistito da prove di segno contrario. In mancanza di tale resistenza contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto (Corte di Cassazione, sentenza 25 settembre 2019, n. 23930).


La controversia riguarda il diritto dell’Inps a riscuotere i contributi a percentuale dovuti da un lavoratore iscritto alla Gestione commercianti a seguito di un accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Nello specifico, la Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza del giudice del lavoro, aveva spiegato che la definizione della controversia tributaria per mezzo di condono (art. 39, co. 12, D.L. n. 98/2011) aveva inciso solo sugli aspetti tributari e non su quelli previdenziali della questione, né aveva fatto venir meno la validità, quanto meno indiziaria, dei rilievi dell’Amministrazione finanziaria, per cui l’adesione del contribuente al condono aveva prodotto la definitività dell’accertamento fiscale che era alla base dell’addebito contributivo.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, assumendo che la peculiare definizione della lite fiscale, con il pagamento di una somma forfetaria, ma senza alcun riconoscimento nel merito, non rende in alcun modo definitivo l’accertamento fiscale. Altresì, il medesimo lamenta che sarebbe stato onere dell’Inps provare gli elementi costitutivi della pretesa contributiva.
Secondo la Suprema Corte il ricorso va rigettato sulla base di una serie di considerazioni.
In primo luogo, la definizione concordata della lite tributaria prevista dall’articolo 39, come dedotto dal tenore letterale della norma, ha la espressa ed esclusiva finalità di deflazionare il contenzioso tributario (se di valore inferiore a 20.000 euro e già pendente alla data del 31 dicembre 2011) allo scopo di liberare e concentrare le risorse dell’Agenzia delle entrate sulla proficua e spedita gestione dei procedimenti di natura precontenziosa. Prova ne è che alla deflazione del contenzioso previdenziale viene dedicato l’articolo 38 del Decreto Legge n. 98/2011. Tantomeno, si rinviene alcun elemento che permetta di saldare, anche in via analogica, le due disposizioni al punto da ritenere che la definizione concordata del giudizio tributario estenda gli effetti sulla rideterminazione totale o parziale del presupposto impositivo accertato dall’Agenzia ai fini extrafiscali, quali i contributi previdenziali calcolati a percentuale sul reddito.
Altresì, seppur la definizione concordata non incida in alcun modo sul contenuto dell’atto di accertamento dell’Agenzia e non importi definitività, propriamente detta, dell’accertamento medesimo, quest’ultimo conserva comunque valore probatorio che può essere resistito da prove di segno contrario, senza che ciò incida sul riparto dell’onere probatorio. Tale accertamento costituisce, anche in riferimento all’obbligazione contributiva, un atto amministrativo di ricognizione del loro avveramento, posto che l’accertamento interviene dopo che il contribuente ha adempiuto alla propria obbligazione nella misura che egli ritiene dovuta e gli uffici competenti intervengono con un procedimento amministrativo di secondo grado per verificare la correttezza dell’importo pagato (Corte di Cassazione, sentenza n. 13463/2017). A partire dalla dichiarazione 1999 (redditi 1998), infatti, l’Agenzia delle entrate svolge un’attività di controllo, effettuando accertamenti formali e sostanziali sui dati denunciati dai contribuenti, richiedendo il pagamento dei contributi e premi omessi e/o evasi da trasmettere successivamente all’Inps. In caso di mancato pagamento l’Inps procede, sulla base dei dati forniti dalla Agenzia delle entrate, alla iscrizione a ruolo dei contributi totalmente o parzialmente insoluti. Si è, dunque, in presenza di un sistema di accertamento, liquidazione e riscossione comune ai due rapporti, previdenziale e tributario, in cui gli atti di accertamento disposti dall’Agenzia delle entrate costituiscono atti di esercizio anche del rapporto previdenziale. Orbene, in ordine alla valenza probatoria degli accertamenti tributari, il giudice di merito (tributario od ordinario, nel caso della contribuzione previdenziale), investito della controversia sulla legittimità e fondatezza dell’atto impositivo, è tenuto a valutare, singolarmente e complessivamente, gli elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione, dando atto, in motivazione, dei risultati del proprio giudizio (impugnabile in Cassazione solo per inadeguatezza o incongruità logica dei motivi che lo sorreggono) e solo in un secondo momento, qualora ritenga tali elementi dotati dei caratteri di gravità, precisione e concordanza, deve dare ingresso alla valutazione della prova contraria offerta dal contribuente, che ne è onerato (artt. 2727 e ss. e 2697, co. 2, c.c.). Ne consegue che l’accertamento tributario deve essere in qualche modo resistito dal contribuente che intenda, invece, evitare il consolidamento dell’accertamento stesso e ciò può avvenire con qualsiasi mezzo; in mancanza di tale resistenza di segno negativo offerta dall’obbligato, come accaduto nella fattispecie, evidentemente l’atto di accertamento deve ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto.